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Quando il genio di Mark Russell incontra lo straordinario talento di Roberto Meli non si può che “viaggiare su Marte!”.

Traveling to Mars, pubblicato da Ablaze, in collaborazione con Arancia Studio, è candidato come miglior nuova serie per la categoria fantascienza al Will Eisner Comic Industry Awards, uno dei più prestigiosi riconoscimenti statunitensi a livello internazionale nel mondo del fumetto, arrivato ormai alla sua 35esima edizione.

Un perfetto antieroe, Roy Livingston, terminerà per essere considerato l’uomo più famoso al mondo, il primo ad aver messo piede su Marte, scelto in quanto malato terminale e quindi considerato sacrificabile. Un viaggio nello spazio alla ricerca di nuove risorse energetiche ma anche la storia intimista di un uomo, che vive la sua condizione di profonda solitudine e che riflette sull’esistenza, sulla propria malattia, su di un grande amore ormai finito, alla ricerca di sé.
Trentadue le categorie in nomination, sei gli italiani presenti tra i quali l’artista Roberto Meli.
Andiamolo a conoscere!

Come hai vissuto il momento della scoperta della nomination?

Oddio… sono in nomination? Non riesco ancora a concretizzare, lo ho scoperto il giorno del mio compleanno ed ho subito pensato ad una sorta di scherzo … ne sono ovviamente contento: chi non lo sarebbe?

“Traveling to Mars” è il tuo primo lavoro per gli Stati Uniti che ha riscosso un immediato successo. Obiettivo centrato.

Da tempo desideravo esordire nel mercato americano e non ci speravo nemmeno più, poi grazie al mio agente, Davide Caci, “incontro” Mark Russell e mi parla di questo progetto: Mark è un nome molto famoso negli USA, uno sceneggiatore veramente originale … un onore poter lavorare ad un suo progetto.

Quale la trama di Traveling to Mars?

Il titolo potrebbe sembrare banale e di fatto Marte è il pianeta sul quale maggiormente si è fantasticato di poter portare colonie umane per ricominciare a … rovinare un altro pianeta!
E’ proprio qui il nodo della questione: la Terra è in piena crisi energetica, disordini vari spingono l’umanità sul punto limite quando un messaggio del tipo “bzz…trovato gas bzzz su Marte…bzzzz….” cambia tutto: e qui subentra Roy Livingston, un americano medio, povero, gravemente malato che viene spedito come primo uomo su Marte affinchè ne possa prendere possesso per conto di una multinazionale americana.
Ma perché andare a colonizzare un altro pianeta e non cercare di rispettare maggiormente quello che già abbiamo?
E’ durante il viaggio che Roy rifletterà su se stesso e sul senso della vita, parlerà del rapporto con la sua famiglia, con la sua ex moglie, con l’intelligenza artificiale …

Quali gli stimoli di riferimento durante la fase di documentazione per quanto riguarda ambientazione, comparse, design dei robots?

Mark ha le idee molto chiare e mi ha fornito descrizioni e bozzetti ai quali mi potessi ispirare. Ho realizzato parecchi schizzi soprattutto dei due rovers, Albert e Leopold che accompagnano Roy nel suo viaggio: dovevano essere simpatici, quasi due pre-adolescenti un po’ ingenui; sono sempre stato appassionato di fantascienza, per quanto non mi piaccia tutto quello che Hollywood ha sfornato, ma quando ho pensato alla coppia di robot, non ho potuto evitare di pensare ad un film molto poetico e sicuramente in linea col pensiero di fondo di “Traveling to Mars” che si intitola Silent running del ’72 con Bruce Dern, in cui il protagonista è accompagnato da due robots, uno arancio ed uno blu.
Le loro fattezze fisiche però sono state un’avventura: è sempre più difficile, dopo tanta fantascienza, trovare qualcosa di originale. Il rischio è quello di imitare per cui ho lasciato che la mente viaggiasse un po’ distante dalla razionalità e che si lasciasse, soprattutto per la testa, ispirare da forme non necessariamente legate alla cibernetica umanoide e non ho la presunzione di sostenere di aver trovato il nuovo Wall-e (che è poi molto simile al robot di CortoCircuito, film del 1986) ma penso/spero di aver trovato la soluzione corretta a questo tipo di storia e di personaggi. Per il resto tutto quello che ho trovato a livello tv e cinema, fumetto e che mi potesse servire è diventato parte della mia cineteca/studio: The Martian, Il pianeta rosso, Mission to Mars…in più una cara amica (ciao Lisa!) lavora per l’agenzia spaziale e per certi aspetti ho fatto riferimento a lei.

Quale il rapporto con l’autore Mark Russell?

Mark mi ha dato carta bianca su tutto, pure troppo!
Sono io che lo sto stancando di domande ogni volta che non mi è chiaro qualcosa nella sua sceneggiatura e non parlo tanto di contenuti quanto di … insomma, vorrei avere più consigli e riferimenti per contenere il margine di errore che è sempre in agguato (quando si dice che la fretta è cattiva consigliera!), sia a livello di storytelling che di design degli ambienti, dei personaggi che ricorrono nei racconti di Roy ecc, ecc … per cui spesso gli scrivo per un confronto e ha sempre la risposta al punto che, nonostante le nove ore di fuso orario, non appena accende il pc mi scrive! E’ classe, è essere professionali, è … educazione!

Il protagonista, Roy Livingston, è accompagnato nel suo viaggio nello spazio da alcuni robots programmati per provare emozioni. Quale il tuo rapporto con la tecnologia?

Pur riconoscendo l’importanza della tecnologia il mio rapporto con essa è terribile: ho uno smartphone perché me lo ha regalato la mia ragazza altrimenti avrei ancora un nokia … e mi piaceva così!
Ho il terrore di quello che la tecnologia usata da gente come me, inetta in questo senso, o criminale, possa fare: da questo punto di vista subisco in negativo il fascino di HAL 9000 il cervello elettronico di 2001-Odissea nello spazio che finisce per ribellarsi avendo sviluppato un pensiero autonomo!
Sì, insomma, disegno ancora su carta e il computer lo uso solo per le scansioni e il “grosso tecnologico” lo fa poi Chiara Di Francia, la “mia” colorista: è splendida, un talento nell’uso del colore più unico che raro, usa il digitale come fossero acquerelli e con lei ho grande feeling professionale.
Certo, non è uno scherzo produrre 20 tavole al mese più una copertina anche perché le tavole sono precedute da bozze che mi servono per mostrare a Mark come voglio raccontare la storia e, dulcis in fundo, non dimentichiamo che sono anche insegnante…insomma…una faticaccia!

Nell’ambito della fantascienza ricordiamo il tuo lavoro per Nathan Never. A quale pubblicazione sei più affezionato e perché?

Come dicevo sopra non sono solo disegnatore per cui le mie pubblicazioni non sono poi numerosissime: Nathan Never è un personaggio che amo perché sancisce il mio inizio nella casa editrice Bonelli, perché mi ha dato modo di stringere un rapporto di sincera amicizia con Antonio Serra, uno sceneggiatore straordinario, un uomo dalla cultura sconfinata ma soprattutto una buona persona dalla quale ho molto appreso.
Il mio debutto nel mondo dei fumetti è avvenuto con ReNoir, comics nella serie Don Camillo, e devo ammettere essere stata una piccola grande avventura che mi ha permesso di riscoprire la mia terra, le sue tradizioni e la mia gente (sono di Parma). Guareschi andrebbe studiato a scuola!

Quale il personaggio a cui hai dato vita al quale sei più affezionato e perché?

In realtà tutti e nessuno: non ho lavorato su personaggi miei ma ho usato le mie matite per attribuire espressioni e “vita” ai personaggi che mi venivano affidati. Ho un vezzo: in tutti i miei fumetti trovo il modo di inserire, come comparsa, il mio cane, Dakar, il migliore amico che io abbia mai avuto: un lettore attento lo può trovare qua e là, gli devo molto, ricordarlo è un po’ un volergli rendere, quanto lui ha fatto per me.

Una storia che sviluppa tematiche attuali quali la crisi energetica e ambientale ma anche le riflessioni di un uomo solo, malato terminale, che si interroga sul senso della vita. Quali le riflessioni intimiste del protagonista in merito? Cosa ha imparato vivendo così intensamente la solitudine?

In realtà sono “solo” al settimo capitolo per cui Roy sta ancora imparando. Alla fine della serie sicuramente Roy farà il punto della situazione e sapremo a quali conclusioni sia arrivato. Posso dire, senza spoilerare, che la vita di Roy sulla Terra non era caratterizzata da una maggiore frequentazione umana, è stato sposato ma si è anche separato e il semplice fatto di essere malato terminale lo spinge, apparentemente senza grandi rimorsi, ad affrontare il viaggio su Marte: in assenza di gravità pare le cellule tumorali rallentino quello che sulla Terra è inesorabile … insomma … vivere poco con le poche persone che ti sono ancora vicine o vivere più a lungo in totale solitudine?

Quale l’elemento che più ti affascina di questa storia?

Graficamente il protagonista, senza alcun dubbio: mi piace disegnare quel fisico pelle e ossa, le borse sotto gli occhi che lo mostrano stanco, affaticato, rassegnato … ma anche la fisionomia, così lontana dallo stereotipo dell’eroe americano … naso pronunciato, mento leggermente prognato.
A livello di narrazione sicuramente i numerosi flashbacks e aneddoti non necessariamente legati al passato di Roy che mi hanno fatto scoprire alcune piccole cose sugli USA: ad esempio a Eufaula-Alabama c’è una statua in resina di un pesce enorme per celebrare un piccolo indotto locale, la pesca.
Ecco, loro quello hanno e noi dobbiamo accontentarci di camminare sotto lo scandaloso David di Michelangelo … AH AH AH!
Scherzi a parte, amo la provincia americana!

Quali i dettagli sui quali ti sei dovuto soffermare maggiormente nel disegno?

La sfida è stata trovare articolazioni semplici e il più possibile convincenti per Albert e Leopold: devono permettergli di muoversi, di convincere il lettore che possono veramente muoversi in quel modo ma al contempo devono essere semplici per me da poter essere costantemente disegnati, vignetta dopo vignetta.
Altra cosa non da poco è stato il design dell’astronave Erimhon 1 (un nome, come spiegato da Roy nel n.2, dalla genesi veramente interessante): da principio ero partito con un’astronave ultramegasuper futuristica … Mark vede le bozze e mi scrive qualcosa del tipo: “Hey RoB, take it easy … we’re only in 2043!”. Ho fatto così alcuni passi indietro e mi sono limitato a quanto richiesto da Mark, con forme più missilistiche e qualche gioco di volumi affinchè non fosse solamente un cilindro con la punta!

Quando nasce la tua passione per il fumetto?

Ho cominciato da bambino leggendo i fumetti Disney, poi a 13 anni mi sono appassionato a Dylan Dog e da lì ho cominciato a maturare la convinzione di voler raccontare storie per immagini.

Quali i fumetti americani ai quali ti sei appassionato?

Ho cominciato a leggere fumetti americani quali Witchblade, Darkness, RedSonja ma anche Conan e probabilmente il personaggio che maggiormente amo: Green Lantern. Così nasce la mia vocazione per il fumetto americano ma oggi leggo un po’ tutto: Spiderman, Xmen, Batman. Devo dire che più che di personaggi/fumetti americani sono appassionato di disegnatori americani, da tanti ho preso ispirazione per creare il mio stile, tra questi Travis Charest, Mark Silvestri, Dave Finch, Simone Bianchi, Matteo Scalera, Mignola, Stuart Immonen, Sean Murphy.

Conciliare il lavoro nel campo dell’insegnamento con quello di disegnatore. Cosa ti ha lasciato ciascuna professione?

Esaurimento… ah ah ah!
Scherzi a parte: è durissima! La scuola lascia sempre meno spazio anche a … se stessa! Il compito di insegnante (che concettualmente è il mestiere più bello del mondo ma in Italia è stato reso una tragica farsa) dovrebbe essere quello di insegnare per l’appunto la propria materia, invece siamo maggiormente impegnati nella burocrazia, a fare da assistenti sociali, da fratelli maggiori, da … bersagli per pallini in gomma! Forse è per quello che siamo pagati così profumatamente…! AHAHA!
Il lavoro come disegnatore di fumetti, oltre ad avermi regalato due ernie cervicali, mi permette di dare un senso al mio patrimonio di studi. Seppur rendendo conto a sceneggiatori ed editori, posso ritagliarmi uno spazio emotivo e professionale totalmente miei, dei quali sono fondamentalmente responsabile: il riconoscimento di anni di, diciamolo pure, sacrifici e porte sbattute nei denti.

Quale valore ha per te il disegno? Quale consiglio daresti ad un giovane che vorrebbe approcciarsi al mondo del fumetto in qualità di disegnatore in Italia?

Il disegno è la mia vita. Ho cominciato ad un anno a scarabocchiare e non mi sono mai fermato.
Consigli ad un giovane disegnatore? La RoB lex, aka legge delle tre C: Cuore, Cervello, Coraggio.
Fare le cose con passione, fare le cose con testa, fare le cose con coraggio e determinazione.
Anche il fattore fortuna è fondamentale ma bisogna essere in grado di mantenere quello che la sorte ti ha dato e il livello qualitativo per cui ti è stato affidato un determinato progetto.
Non accontentarsi mai di come si disegna, chiedere sempre di più da noi stessi, essere soddisfatti al 90% ma nella consapevolezza che ci sarà sempre quel 10% da imparare, da migliorare: Cédric, il mio editore francese, mi chiedeva tempo fa: “Sei soddisfatto di quel che hai fatto? Ricordati che il tuo lavoro migliore è sempre quello che devi ancora fare!”
Consiglierei inoltre di non limitarsi ad un mercato in particolare ma tentare un po’ ovunque, le occasioni si nascondono dove non immagineremmo mai. Un grande problema è il fattore tempo: non sai mai se e quando arriverà la tua occasione.

Quali le differenze tra le modalità narrative del modello italiano, statunitense e francese?

Oltre ai contenuti cambia di molto lo schema della pagina, la tipologia di narrazione; mi piacciono tutti i fumetti succitati e se fosse possibile sarebbe bellissimo poter raccontare la stessa storia in versione USA, Francia ed Italia: la gabbia di una pagina francese è più ricca di vignette, mediamente si sviluppa su quattro strisce orizzontali, quella italiana, in stile Bonelli, bianco e nero a parte, su tre, mentre quella americana è … no rules! Anche se c’è da dire che negli ultimi anni questi schemi si stanno spesso compenetrando.

Nella lettera che il protagonista, un antieroe che si considera un perdente, scrive al padre viene messo in luce l’amore di quest’ultimo per i necrologi, ossia l’importanza di come le cose terminino. É più importante il risultato finale o sapersi godere il viaggio?

Lo chiedi a me o lo chiedi a Roy?
Godersi il viaggio è fondamentale ma tutto finisce … e non è pessimismo, è … è così che funziona, molto semplicemente.
Spesso, da occidentale, mi accanisco alla ricerca di qualcosa, di un risultato … e nel mentre dimentico che un bel giorno, con un click, si spegnerà la macchinetta: cosa rimarrà di me? Avranno avuto senso la fatica e le tribolazioni o forse era meglio accontentarsi di un tranquillo lavoro, in una casa normale (per carità, vivo in due stanze eh!), un cane, una compagna, una vacanza, una pizza con gli amici una volta a settimana, di lasciare un bel ricordo?

Progetti futuri? Italia o USA?

Oltre a sperare di prendermi un altro cane?
Con gli USA ancora nulla di chiaro, ci stiamo ragionando con Mark. Con la Francia ho alcuni progetti Western in stand by da tempo, idem con l’Italia e poi vorrei proporre un progetto al mio editore francese. Il mercato francese è un mercato straordinariamente eterogeneo: chissà che non riesca lì a realizzare un sogno top secret!

So che vuoi ringraziare qualcuno…

A lungo ho pensato di non dovere niente a nessuno, considerata la fatica fatta per arrivare a pubblicare, poi mi sono fermato a pensare a quante persone mi hanno supportato e penso ai miei amici: Stefano, Marcello, Francesco Z, Mec, Scott, Simona, Greta, Diamond, Fiore, Vincenzo, Daniele Q, Renzo, Marianna, Dakar e Shasa. Penso a zia Gra ed Antonio Serra, penso a mio fratello che da informatico mi risolve sempre i problemi tecnici; penso a Joan, la mia big sister americana.
Nel mondo del fumetto devo molto ad alcuni colleghi disegnatori: Lucio Parrillo, Luca Zontini, Alessandro Vitti e Matteo Scalera ma soprattutto alla persona senza la quale non sarei qua: Davide Caci di Arancia studio. Questa è un’avventura cominciata insieme a lui, è lui il Deus ex machina che presiede anche alla mia vita professionale.

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