A caccia di artisti – Intervista a Gianluigi Rocca

Gianluigi Rocca

In questa nuova rubrica gli studenti della classe quinta del Lia di Rovereto sono andati a caccia di artisti per conoscere da vicino le loro opere ed il loro messaggio. Oggi conosceremo Gianluigi Rocca, artista e docente presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. L’intervista è della studentessa Barbara Dellana.

L’artista. Breve biografia
Nasce nel 1957 a Larido (Trento), vive tra S. Lorenzo in Banale (Trento) e Milano.

Studia all’Istituto d’Arte di Trento e all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Inizia l’attività espositiva intorno alla metà degli anni settanta. Nel 1980 tiene la prima mostra personale alla Galleria “Il Castello” di Trento. Presto abbandona questo aspetto del mondo dell’arte scegliendo la via di una solitudine artistica in completo isolamento. È questo il periodo di un’analisi profonda incentrata ad una rilettura stilisticamente più attenta delle forme e dei contenuti nell’ambito della sua ricerca figurativa. In quegli anni si ritira a dipingere in un piccolo e sperduto villaggio tra le montagne del Brenta. Dal 1981 al 1984 compie diversi viaggi: soggiorna a Parigi, Roma e in Provenza. Attualmente insegna all’Accademia di Belle Arti di Brera. Vive e lavora dividendo la sua vita tra la parentesi metropolitana di Milano e il silenzio della minuscola frazione di Deggia, nel comune di San Lorenzo in Banale in Trentino.

Quando hai iniziato ad avvicinarti all’arte?

Ho incominciato ad avvicinarmi sin da piccolo. In casa mia non c’era un libro, eravamo una famiglia abbastanza povera ma ho avuto la fortuna di conoscere due maestre del paese. Le aiutavo a vangare l’orto e a raccogliere le patate e loro mi hanno erudito regalandomi qualche libro. Mi mostravano alcuni ritratti che avevano in casa, perché avevano notato la mia attitudine al disegno. Il primo lavoro che mi hanno commissionato è stato dipingere le croci per il cimitero di Larido, non permettendomi di andare in malga a lavorare quell’estate. Devo molto a loro per lo sviluppo della mia attitudine, di questa mia sensibilità particolare. Ho avuto la fortuna di avere un fratello che mi ha insegnato a dipingere, in quanto lui era artista.

Perché ti sei avvicinato all’arte?

Non so bene come spiegarti. Per me è come un’urgenza del sangue, come quando c’è una cosa di cui senti il bisogno. Sin da piccolo sentivo questa cosa. Non sentivo nulla per i motori, al contrario di molti miei coetanei. Non so, sono cose che ti arrivano da dentro. La sensibilità è l’aspetto che domina sull’arte. Poi sono anche un vecchio romanticone. Penso di non essere nato in questo secolo, sono un po’ all’antica. C’è una sorta di rimando ad una realtà molto antica anche nei miei lavori perché c’è sempre questo rapporto con il ricordo, la rimembranza.

Qual è stata la tua fonte di ispirazione? Sei stato influenzato da altri artisti?

Sai, sempre si è influenzati da altri artisti. C’è chi pensa di aver tutto dentro, costui non è un artista. Perché il senso della creatività non è che ce lo abbiamo dentro completo e quindi andiamo a pizzicare sempre da qualcuno. Credo che la prima immagine che mi ha influenzato sia stato un affresco di Giotto. Mi ha colpito molto la sua straordinarietà anche perché Giotto è colui che ha rivoluzionato la pittura. Poi ce ne sono stati molti altri, un oin particolare è Morandi ma si tratta già di un artista contemporaneo. Questa sua solitudine degli oggetti mi ha molto ispirato. Poi la luce di Caravaggio come quella di Segantini e tutti i disegnatori straordinari da Leonardo a Raffaello. È importante prendere ispirazione da qualcuno ma quello che realmente conta poi, è riuscire a staccarsi, a deviare il proprio percorso.

Qual è il tuo stile?

Il mio stile rientra nell’ambito della figurazione, dell’arte figurativa, quindi la realtà vista attraverso uno specchio molto reale. Esistono varie correnti e movimenti, la mia può essere definita come un’arte vecchia e spesso mi criticano dicendo che è decadente, ma ci credo così profondamente che non devo seguire certi specchietti per le allodole. Ci tengo molto perché è una cosa che ho costruito con il tempo. È una continua ricerca che perseguo da quando ho quattordici anni. C’è qualcosa che mi appassiona di più verso la realtà che verso cose più informali ed astratte. Mi piace molto il colore, certi artisti astrattisti sono straordinari, però quando trovo qualche artista che lavora nell’ambito del figurativo mi affascina di più.

Quale tecnica prediligi?

Tutto viene risolto con un foglio bianco (supporto cartaceo) con il semplice mezzo della matita. Credo che il segno, la linea, l’impronta è ciò che ha dato il via a tutte le espressioni artistiche. Prima della pittura è nato il segno e questo è dimostrato dal fatto che i primi ritrovamenti di qualcosa di artistico sono avvenuti nelle grotte e furono realizzati con il carbone. Per questo motivo mi sento molto legato a questo mezzo di espressione.

Generalmente qual è il soggetto che preferisci ritrarre?

I soggetti sono sempre stati molti: pentole, bicchieri, tazze. Ho fatto anche ritratti, paesaggi, nudi ma da molti anni mi dedico alla memoria degli oggetti, soprattutto perché li ho vissuti tutti, portandomeli dietro. Sono cose che vivono nell’ambito dell’affezione. Ridare vita al ricordo per me è importante, perché non c’è futuro senza memoria. Se noi viviamo una memoria è più facile avere una visione più ampia della vita.

Quale tua opera consideri riuscita meglio?

È difficile rispondere a questa domanda, nel senso che ci sono cose che sicuramente sento più di altre, molto di più. C’è un lavoro, un lavoro semplice, che raffigura quattro piatti messi in fila su di un tavolino, e quella era una cosa che mi affascinava molto. Ma poi, vedi, è difficile affezionarsi, anche perché nell’attimo in cui hai terminato il lavoro è già lontano, già vecchio, ti senti in un altro ambito, arrivando al punto in cui l’opera non comunica nulla, non piace proprio più, la vedi e la senti come una cosa passata. La senti lontanissima, anche se l’hai finita il giorno prima. Però è giusto, sai, credo sia giusto staccarsi.

La soddisfazione c’è comunque?

Non sempre trovo soddisfazione, perché a volte danno fastidio, non so, è un po’ difficile spiegartelo, è una cosa un po’ intima. Ci sono delle opere che prenderei e butterei giù dalla finestra, te lo posso assicurare. Ce ne sono altre a cui sono più affezionato che mi piace venire a guardare la mattina. Però il fatto di non attaccarsi è fondamentale perché altrimenti diventa una sorta di autocompiacimento, un crogiolo, nel senso che si ammirano e si ammirano le proprie opere, quelle meglio riuscite, senza andare avanti, quando invece l’arte dovrebbe continuare a parlare, a dire qualcosa al mondo. Ti racconto una piccola cosa: fino a vent’anni fa se mi chiedevano qualche opera avevo il vizio di dare sempre i lavori peggio riusciti, mentre le opere migliori me le tenevo. Poi ho capito che sono le creazioni belle che devo far girare per il mondo. Mi sono ritrovato a ricomprare ciò che avevo in passato regalato, facendone un grande fuoco. Ogni tanto se capita che non mi piace ciò che disegno lo brucio direttamente. Ho capito che l’arte deve parlare attraverso le cose migliori, affinchè la gente vedendole circolare ne possa trarre un piacere personale, un emozione, un sentimento, una sorta di sollievo dello spirito.

Quanto successo hanno avuto le tue mostre?

Fino a quando si è giovani, a parer mio, non si è presi molto in considerazione perché si è considerati piccoli ed insignificanti nell’oceano dell’arte. Ho sempre pensato che se si ha la fortuna di fare un lavoro di qualità, colto ed intelligente, ad un certo momento nel tempo qualcosa ripaga, si ha un ritorno, in quanto si ha la soddisfazione di aver diffuso un messaggio con molta onestà. E ho notato che dopo moltissimi anni arrivano delle buone soddisfazioni, mi invitano a molte esposizioni e si interessano alla mia arte.

A quante mostre hai partecipato?

Spesso vengo invitato a partecipare a diverse mostre ma non sempre ho l’opportunità di prendervi parte perché il mio lavoro, essendo molto lento, non me lo permette. Ogni anno mi occupo in media di sette-otto lavori perché ognuno richiede almeno due mesi. Perlopiù il fatto di occupare una cattedra all’Accademia di Belle Arti di Brera mi occupa molto tempo e riesco a dedicarmi meno tempo alle mie opere. Il fatto di non avere molto materiale da esporre è una specie di handicap, una limitazione e a mio parere va bene così in quanto il lavoro è poco ma funzionale, perché ci metto tutta l’anima e cerco di farlo attentamente.

C’è un determinato procedimento per allestire una mostra?

Solitamente quando mi invitano in determinati luoghi per presentare i miei lavori , sono sale già predisposte ma c’è anche un senso di allestimento. Ci sono dei tecnici addetti alle luci e nel caso in cui non vadano bene i colori si può arrivare a ridipingere la sala. Solitamente i toni che scelgo per le pareti sono molto freddi per far sì che l’opera risalti rispetto a tutto ciò che la circonda. Nel caso in cui si dia più importanza alla sala l’opera tende a scomparire. Stessa cosa vale per le cornici che io preferisco asettiche per far sì di non dare più importanza alla cornice di quanta ne richieda, per favorire il contato immediato tra opera e fruitore.

Sei riuscito a fare della tua passione un lavoro?

Sì, certamente, è un amore quello verso l’arte, una specie di fidanzamento. Senza arte potrei buttarmi da un ponte

Come ci si sente a spiegare l’arte agli universitari?

È come una specie di sacerdozio, se spiego molto bene portando un messaggio onesto, riescono a recepirlo molto bene i ragazzi. È un po’ come ci si pone di fronte a loro, cercando sempre un confronto con loro senza creare una barriera tra studenti ed insegnanti. Mi piace mettermi al loro stesso livello perché anche loro danno molto a me nonostante la differenza d’età. Io do loro la mia esperienza, tutto il mio lavoro, cerco di farlo con molto amore e ho visto che garzie a questo poi alla fine qualcosa succede. Se a lezione spiegassi la storia dell’arte in maniera molto piatta gli studenti si addormenterebbero ma vedendo il mio modo di pormi capiscono che ne sono entusiasmato, suscitando in loro un interesse particolare per ciò che insegno.

Qual è il tuo motto?

Nel momento in cui scrivo un libro mi piace scrivere delle dediche. Ora sto scrivendo un racconto autobiografico romanzato e ho scelto di scrivere questo incipit: “A te che mi hai seguita all’inferno e hai sorriso”. Il lavoro ti dà una straordinaria possibilità di aprirti al mondo e questa, essendo la mia filosofia di vita, può essere considerato il mio motto.

Un commento:

  1. grande artista.
    Fiero d averti come insegnante

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