Simbolismo – La percezione dell’essenza

Dante Gabriel Rossetti, Proserpina, 1877, Collezione privata, Londra

“Non penso che a ciò che vedo, non ho mai visto degli angeli” afferma Gustave Courbet. “Credo solo a ciò che non vedo e unicamente a ciò che sento” sostiene Gustave Moreau. Questa la differenza tra Realismo e Simbolismo, fra la scelta di porre il mondo oggettivo come fulcro della propria indagine e quella di penetrare al di là delle apparenze. Un universo misurabile in opposizione ad un mondo in relazione a tutto ciò che è trascendente, poetico, visionario, religioso. Il simbolo diventa quindi un elemento rivelatore di un’essenza segreta, suggerendo significati misteriosi e criptici, un veicolo per rendere nuovamente percepibili le forze precipitate negli abissi inconsci dell’esistenza umana. “Nominare un oggetto è sopprimerne la poesia, costituita dalla felicità di indovinare poco a poco” afferma Mallarmé, poeta simbolista. Gli artisti si esprimono attraverso metafore che spingono il fruitore a compiere una ricerca intuitiva dei contenuti per arrivare a soluzioni non immediatamente decodificabili.
Il movimento ebbe sfaccettature diverse e coinvolse non solo le arti visive ma anche la letteratura e la musica degli ultimi due decenni del XIX secolo. Gli artisti vennero influenzati dalle correnti filosofiche della seconda metà del secolo, da Schopenhauer a Nieztsche e Bergson.
Quest’ultimo affermava: “La percezione dell’essenza richiede un atteggiamento illuminato”, convinto che la realtà non possa essere raggiunta che per mezzo dell’intuizione, che ha quindi valore conoscitivo, mirando ad una comprensione delle cose istantanea e non più mediata dalla logica. Le cause per le quali emerge in Europa un’aspirazione ad indagare il senso segreto delle cose nascono dalla stanchezza nei confronti del dominio del sapere scientifico, del progresso, del positivismo e dalla nostalgia della perdita di valori fondamentali. Lo spirito positivista che aveva dominato la cultura francese ed europea, ammette la sola realtà della natura mentre lo spirito simbolista crede in un universo basato sulla religione, sulla contemplazione estetica, sulla creazione artistica. Un nuovo linguaggio pittorico quindi, che venne definito “ideista, sintetista, simbolista, soggettivo e decorativo”. Il Simbolismo non è un movimento vero e proprio ma una grande corrente di gusto che esprime un profondo disagio esistenziale. Uno dei grandi temi dell’epoca simbolista è infatti quello della decadenza, termine usato per definire la fine del secolo. Protagonista della decadenza il “dandy”, principe di una realtà immaginaria, figura simbolista per eccellenza in quanto ricercatore del bello ed esploratore degli abissi dell’anima, complice della psicologia moderna la quale negava che l’uomo fosse padrone del proprio Io. La bellezza come arma contro il tedio della vita fu quindi uno dei temi prediletti del grande autore francese Baudelaire ne “I fiori del male”, la raccolta poetica più famosa del XIX secolo.

Gli ambiti tematici del Simbolismo, in sintesi, sono il mistero, il sogno, l’incubo, il segreto, la psiche, l’eros, il sincretismo religioso, nel quale mito antico e riti orientali si coniugano e l’eros, inteso nella duplicità di amore e morte. Il pittore sviluppò una nuova interpretazione dell’immagine femminile nella quale l’eterno femminino concentra in sé il potere mistico della creazione e della fertilità da una parte, e la tentazione dall’altra. La donna senza pietà o donna-vampiro si esprime nella figura di Salomè, che utilizza la propria bellezza e fascino per conquistare l’uomo, soggiogandolo al proprio potere ammaliatore per distruggerlo.
Precursori del Simbolismo possono essere considerati artisti quali Goya con la sua serie dei Capricci, acqueforti realizzate tra il 1797 ed il 1798, una delle quali raffigurante “Il sonno della ragione genera mostri”: uomo che dorme e sogna mentre una folla di ombre spettrali, i suoi incubi, gli si avventa contro a raccontare come la fantasia, abbandonata dalla ragione, genera mostri inconcepibili. Ed è proprio a questa immaginazione, in grado di dischiudere dimensioni pericolose che si sottomette con entusiasmo anche il Simbolismo. Ulteriore precursore Friedrich, straordinario esponente del Romanticismo tedesco, che afferma: “Il pittore non deve semplicemente dipingere quello che vede davanti a sé ma anche quello che vede dentro di sé”.

 

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