Workshop Arteterapia

Jackson Pollock, Blue Poles, 1952, National Gallery of Australia, Canberra

“Attraverso l’arteterapia si ha la possibilità di attivare risorse che tutti possediamo: la capacità di elaborare il proprio vissuto dandogli una forma e di trasmetterlo creativamente agli altri. Si tratta di un processo educativo, laddove “educare” sta per educere, “portare fuori: far emergere la consapevolezza ed una maggior conoscenza di sé mediante la pratica espressiva, l’osservazione ed il confronto.” (dagli Atti del Convegno Nazionale sulle Arti Terapie nella scuola). E’ dunque un intervento di aiuto e di sostegno a mediazione non-verbale attraverso l’uso di materiali artistici e si fonda sul presupposto che il processo creativo produce benessere, salute e migliora la qualità della vita. Attraverso l’espressione artistica, facilitata da un arteterapeuta adeguatamente formato, è possibile incrementare la consapevolezza di sé, fronteggiare situazioni di difficoltà e stress, esperienze traumatiche, migliorare le abilità cognitive e godere del piacere che la creatività artistica porta con sé. L’arteterapia è dedicata a tutti ma viene utilizzata specialmente nel trattamento di portatori di handicap, malati di Azheimer, persone che soffrono di disturbi alimentari, ansia o depressione, disturbi dell’apprendimento, nella reintegrazione sociale delle persone che hanno vissuto l’alienante esperienza del carcere.
Ho avuto il piacere di partecipare ad un coinvolgente laboratorio di Arteterapia ispirato all’action painting di Pollock, condotto da Cinzia Zeni, artista ed arteterapeuta, presso la Scuola Artedo di Trento.
Il metodo usato durante il laboratorio è chiamato Trasformativo – Gruppale – Integrato. Viene definito “trasformativo” in quanto, attraverso la successione di varie fasi in cui la persona si fonde e si differenzia dal gruppo, viene attivato un processo di trasformazione di immagini interne, di emozioni, di storie personali e relazionali. Il gruppo, inteso come strumento educativo e di cura, diventa il luogo fisico e mentale all’interno del quale viene stimolata ed attivata la trasformazione.
Tutto iniziò facendo accomodare i presenti in cerchio. Uno ad uno ci si presentava al centro del cerchio umano: si era liberi di dire il proprio nome cantando, sussurrando, urlando, accompagnando il timbro della nostra voce ad un movimento spontaneo del corpo e alla scelta di un colore a tempera. Il nome veniva così associato ad un colore il quale veniva gettato sulla tela stesa in terra, attraverso una spontanea gestualità. In un secondo momento siamo stati stimolati a raccontare al gruppo aneddoti più o meno divertenti per spiegare l’origine e il significato del nostro nome. L’atmosfera si è così sciolta grazie alla condivisione di aneddoti e storie che ci caratterizzavano, parlando di chi siamo e facendoci conoscere. Cinzia ci fece riflettere sul fatto che, solitamente, quando ci si presenta in ambito sociale si tende a presentarsi attraverso la propria professione.
Successivamente ci è stato richiesto di camminare attorno all’opera creata grazie al contributo di ogni singolo individuo. Ogni colore aveva ora per noi un significato, corrispondeva ad un volto, un tono della voce, una gestualità particolare, una parola. Era la nostra opera d’arte! Nella nostra immaginazione dovevamo fingere di immergerci in una sorta di nuovo mondo, la tela che avevamo davanti dove, dopo un Big Bang, nuove creature di puro colore avevano preso vita davanti a noi. Ciascuno di noi doveva riconoscere la propria creatura all’interno del magma di colore che aveva davanti e catturarla creandone l’impronta su di un foglio.
In seguito all’essere individuato è toccato dare una corporeità, inventarsi una voce o i suoi movimenti mostrandola al resto del gruppo che si limitava a ripeterne le gestualità ed il verso. Questo è stato il momento più divertente, ci siamo trasformati nelle creature della nostra fantasia proprio come fanno i bambini quando giocano spensierati. Infine ci è stato richiesto di provare a disegnare la nostra creatura utilizzando dei pastelli e spiegando poi al gruppo cosa fosse cambiato nel frattempo. La prima creatura creata esclusivamente da un gesto spontaneo e dal colore ci riportava in contatto con la nostra parte più spontanea, leggera, la nostra parte più vera. Attraverso il disegno la nostra creatura è stata razionalizzata a dimostrare come nella società siamo chiamati a sottostare a dei ruoli, a delle maschere. L’attività ci aveva permesso di ricordarci che dentro di noi esiste un mondo di forze vitali gioiose che ci aspetta, alle quali noi possiamo attingere sempre, la nostra creatività.
Interessante è stato anche il laboratorio dedicato alla manipolazione della creta: ciascun componente del gruppo iniziò a creare delle forme con la creta. Successivamente si doveva affidare il proprio lavoro al compagno vicino che aveva il compito di modificare la forma ricevuta. Ci si poneva delle domande quali: “Come mi sento quando la mia forma viene modificata? Come mi relaziono con le forme degli altri? Provo l’istinto di stravolgerle e trasformarle completamente oppure aggiungo solo dei dettagli per migliorare il lavoro di chi ho a fianco?”. Domande che ci hanno portato a riflettere su come ci relazioniamo e come percepiamo il fatto di condividere con gli altri ciò che siamo.

Un commento:

  1. Grazie per questo contributo dedicato all’Arteterapia, settore che merita di essere divulgato e conosciuto.

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